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Scompenso cardiaco: la riabilitazione cardiologica per ritrovare autonomia
La cardiologia riabilitativa aiuta le persone con scompenso cardiaco a recuperare forza e autonomia con esercizi su misura, terapie e sostegno nutrizionale e psicologico. È utile sia dopo un ricovero sia nella gestione della malattia cronica e punta a rendere meno faticose le attività quotidiane.
Fare le scale, uscire per fare la spesa, camminare senza doversi fermare per riprendere fiato: per chi soffre di scompenso cardiaco, anche queste attività possono diventare difficili. La cardiologia riabilitativa aiuta a recuperare, per quanto possibile, forza, resistenza e autonomia. E non è riservata soltanto a chi è appena uscito dall’ospedale.
Perché lo scompenso cardiaco rende faticosi anche i gesti quotidiani
Lo scompenso cardiaco, chiamato anche insufficienza cardiaca, è una condizione in cui il cuore non riesce a soddisfare adeguatamente le necessità dell’organismo. Può svilupparsi come conseguenza di diverse malattie, per esempio delle coronarie, delle valvole o del muscolo cardiaco.
"La ridotta tolleranza allo sforzo è probabilmente il sintomo cardine dello scompenso cardiaco", spiega il dottor Marco Ambrosetti, cardiologo, primario di Cardiologia riabilitativa dell’IRCCS Maugeri Pavia. Chi ne soffre può accorgersi di affaticarsi prima del solito anche in attività semplici.
Un altro segnale frequente è la dispnea da sforzo, cioè il fiato corto durante il movimento. Possono comparire anche edemi periferici, accumuli di liquidi che fanno gonfiare soprattutto piedi e gambe. Sono disturbi che possono ridurre la libertà di muoversi e l’autonomia.
Per questo la riabilitazione non punta soltanto a migliorare una prestazione misurata in palestra: il risultato conta soprattutto quando permette alla persona di affrontare meglio la propria giornata.
La riabilitazione non serve soltanto dopo un ricovero
Dopo una riacutizzazione dello scompenso, si può tornare a casa dopo un ricovero senza aver recuperato le capacità che si avevano prima. La riabilitazione aiuta a proseguire il recupero dopo la fase acuta, a rendere più stabile la condizione clinica e a ritrovare gradualmente la capacità di muoversi e sostenere uno sforzo.
Ma non bisogna necessariamente aver avuto un ricovero recente: la cardiologia riabilitativa può essere indicata anche a chi convive con uno scompenso cronico. Nelle forme meno avanzate l’attenzione è spesso rivolta a migliorare la resistenza e l’autonomia; in quelle più gravi assume maggior peso il controllo della malattia e delle sue complicazioni.
Lo scompenso cardiaco può accompagnarsi anche ad altri problemi di salute, come malattie respiratorie o renali. Questo rende necessario adattare il percorso alle condizioni di ciascuno: lo stesso esercizio, con la stessa intensità, non va bene per tutti.
Non solo esercizi: una cura che coinvolge tutta la persona
Lo scompenso cardiaco non riguarda soltanto il cuore. Soprattutto nelle fasi avanzate possono comparire malnutrizione e perdita di massa muscolare. L’inattività può aggravare la perdita di forza, ma alcuni cambiamenti dei muscoli sono legati anche alla malattia stessa.
Per questo il programma comincia con una valutazione delle condizioni cardiache, delle altre patologie e della capacità di sostenere uno sforzo. Test funzionali, come quello del cammino di sei minuti, aiutano a capire da dove partire e a misurare i progressi.
Accanto al cardiologo lavorano il fisioterapista e il personale infermieristico, che aiuta il paziente a comprendere e seguire le indicazioni di cura. In base alle necessità intervengono anche biologi nutrizionisti e psicologi. Il sostegno psicologico può coinvolgere il caregiver, cioè la persona che assiste il paziente.
Durante il percorso vengono rivalutate anche le terapie farmacologiche. Per alcuni pazienti possono essere indicati dispositivi come i pacemaker biventricolari: è una possibilità che richiede il confronto tra specialisti, non un passaggio previsto per tutti.
La nutrizione, in particolare, non è un dettaglio secondario: un intervento mirato può aiutare a contrastare la malnutrizione e a sostenere il recupero della massa muscolare, insieme alle cure e all’esercizio.
Quali esercizi si fanno e come si sceglie l’intensità?
Il programma può combinare tre tipi di attività. La prima è l’esercizio aerobico: camminare o pedalare sulla cyclette aiuta a recuperare la capacità di sostenere uno sforzo prolungato. La seconda è l’esercizio di forza, con resistenze calibrate per allenare braccia e gambe e contrastare la perdita muscolare.
La terza riguarda la respirazione: esercizi mirati ai muscoli inspiratori possono affiancare quelli aerobici e di forza. Non si tratta di una sequenza uguale per tutti: durata, frequenza e intensità dipendono dalla valutazione clinica e dalle possibilità della persona.
Servono "dosi e intensità di carico estremamente individualizzate", sottolinea Ambrosetti. Questo non significa necessariamente fare esercizi molto leggeri: il lavoro deve essere sufficientemente impegnativo da produrre benefici, senza superare ciò che è appropriato per il singolo paziente.
In alcuni casi l’attività aerobica può alternare momenti di sforzo più intenso a fasi di recupero, ma gli intervalli ad alta intensità sono riservati a pazienti selezionati. Per qualcuno il primo traguardo è camminare con meno pause; per altri può essere tornare al lavoro o, se possibile, a uno sport amatoriale.
Come mantenere i progressi una volta tornati a casa?
I risultati della riabilitazione possono ridursi se, concluso il programma, si interrompono le attività che li hanno resi possibili. Per conservarli servono movimento regolare, controlli e, secondo le necessità, sostegno nutrizionale e psicologico. Anche il medico di medicina generale contribuisce alla continuità delle cure.
Il percorso può svolgersi in ricovero oppure in Macroattività Ambulatoriale Complessa (MAC), con accessi programmati. Per i pazienti con patologie cardiovascolari croniche sono presenti anche servizi di teleassistenza infermieristica e telemonitoraggio.
Una direzione di sviluppo, osserva Ambrosetti, è quella dei programmi ibridi: una fase più intensiva in ospedale e una prosecuzione a domicilio, quando appropriato, anche con strumenti digitali e supervisione da remoto. La teleriabilitazione è un vero intervento sanitario, non una lista di esercizi da fare senza essere seguiti.
Continuare a essere accompagnati nel tempo aiuta a conservare ciò che si è conquistato: la possibilità di muoversi, occuparsi di sé e partecipare alla vita quotidiana con la maggiore autonomia possibile.