Sindrome da embolizzazione da cristalli di colesterolo

La sindrome da embolizzazione di cristalli di colesterolo è una patologia multiorgano (coinvolge cioè più organi e apparati) che comporta l’occlusione di arterie di piccole dimensioni da parte di emboli di colesterolo (vedi anche embolia arteriosa periferica). È anche nota come malattia renale ateroembolica. Questa patologia colpisce più frequentemente i maschi e, più in generale, la popolazione di età superiore ai 65 anni. Pazienti colpiti da aterosclerosi diffusa o obesità sono, inoltre, più propensi a sviluppare la sindrome. A causare il rilascio di questi emboli dalle placche possono anche essere interventi chirurgici o procedure diagnostiche.

Le manifestazioni cliniche sono molto variabili con sintomi e segni in relazione all’organo colpito. Comprendono l’incremento degli indici di flogosi (o infiammazione) e la formazione di livedo reticularis, ossia di chiazze cutanee tendenti al colore rosso-blu. Per questo motivo si parla, talvolta, anche di pseudovasculiti. Uno degli organi più frequentemente colpiti è il rene. In questo caso, la patologia tende a causare un’insufficienza renale e si parla anche di nefropatia atero-embolica o ateropatia. Vi è tuttavia un coinvolgimento, oltre che renale e cutaneo, anche gastrointestinale e del sistema nervoso centrale.

Poiché l’embolizzazione da colesterolo può essere confusa con le vasculiti, la diagnosi ricopre un ruolo fondamentale. Gli esami del sangue valuteranno, tra gli altri parametri, la concentrazione degli eosinofili (un tipo di globuli bianchi), la velocità di eritrosedimentazione (VES), la proteina C-reattiva (PCR). Può essere necessaria una biopsia dell’organo colpito.

Nei casi più lievi, la patologia può passare inosservata o causare solo problemi di lieve entità. Nei casi più gravi, invece, la terapia può richiedere il ricorso all’uso di steroidi, alla dialisi peritoneale o a interventi chirurgici mirati alla rimozione della placca che ha originato l’embolizzazione. Obiettivo principale è comunque l’arresto della progressione del danno d’organo e la prevenzione di ulteriori acutizzazioni.